Fertilia oggi piange una delle sue madri fondatrici. Con la scomparsa di Edda Sbisà, all’età di 96 anni, non se ne va solo una concittadina, ma si chiude un capitolo lungo più di settant’anni della nostra storia collettiva. Edda non era semplicemente un’abitante di Fertilia; era la sua “vera memoria storica”, una colonna portante su cui si è retta l’identità di una comunità nata dal dolore dell’esodo e cresciuta nella tenacia della speranza. A nome di tutta Fertilia, dei figli e dei nipoti degli esuli che qui hanno trovato una nuova casa, vogliamo oggi ricordarla e, soprattutto, ringraziarla.
La sua storia, che è la storia di molti di noi, inizia lontano, nella sua amata Orsera, in Istria. La violenza della storia la costrinse, ancora ragazza, a fuggire con la sua famiglia – il padre Toni, la madre Ucci, la sorella Iris e il fratello Rico – lasciandosi tutto alle spalle. Il loro non fu un viaggio semplice, ma un’odissea che li portò prima nel campo profughi “Giacinto Gallina” di Venezia e infine, nel 1952, qui, in una Fertilia che era ancora un “cantiere aperto”, una promessa fatta di “sassi, pietre, polvere” .
Ma dove altri vedevano il nulla, la famiglia Sbisà vide un’opportunità. Mettendo a frutto l’esperienza maturata a Venezia, il 13 aprile 1953 aprirono il loro bar in Via Pola. Quel bar divenne presto molto più di un’attività commerciale. In una comunità che cercava disperatamente dei punti di riferimento, divenne il nostro salotto, la nostra piazza. “Ci vediamo da Sbisà” non era un’indicazione, ma un’affermazione di appartenenza. Era il cuore pulsante della nostra “piccola Istria”, l’unica attività di esuli che ha resistito al tempo, un filo diretto con le nostre radici.
Edda era l’anima di quel luogo. Descritta da tutti come una “donna d’altri tempi”, con un carattere forte forgiato dalle difficoltà ha speso la sua vita dietro quel bancone o ai fornelli. Con il suo “immancabile camice”, che era la sua divisa da lavoro, non era solo un’instancabile lavoratrice, ma la custode della nostra cultura. Attraverso i suoi piatti – le sarde in savor, il baccalà, gli strudel – non nutriva soltanto, ma teneva in vita i sapori e i profumi della terra che avevamo dovuto abbandonare. Qui a Fertilia ha trovato anche l’amore, sposando Gianni Calebotta, anche lui esule, da Zara, unendo nel suo matrimonio i destini di due terre perdute.
Dagli anni ’80, ha preso le redini dell’attività, portandola avanti con le sue tre figlie, Lorena, Betty e Barbara, assicurando che quel patrimonio non andasse perduto. La sua presenza, vigile e attenta fino all’ultimo, era una certezza per tutti noi.
Oggi, Fertilia tutta si stringe attorno alle figlie Barbara, Betty e Lorena, alla nuora Tiziana e ai nipoti. La tua scomparsa, cara Edda, lascia un vuoto incolmabile, ma la tua eredità è incisa nel cuore stesso della nostra comunità. È nelle vie che portano i nomi della nostra terra perduta, è nel leone di San Marco che veglia sulla piazza, ed è soprattutto nel locale che porta il tuo nome. La tua Fertilia non ti dimenticherà.