1927. Nasce il Villaggio Calik


Nel 1927, su progetto dell’ing. Pierluigi Carloni, nasceva il “Villaggio Calik”, realizzato per ospitare gli operai impiegati nella bonifica della laguna.
La sua struttura, semplice e funzionale, comprendeva il villino del direttore, una foresteria, un locale adibito a uffici, un ampio dormitorio, alcuni alloggi, il forno del pane con una cisterna per l’accumulo dell’acqua, un locale per lo stoccaggio del carbone destinato alla “Regia Draga Sassari” e una cabina elettrica.
Si trattava del primo nucleo di costruzioni nell’area in cui, un decennio più tardi, sarebbe sorta Fertilia.
Per consentire alla grande draga di oltrepassare il “Ponte Romano”, costruito in epoca medievale sui basamenti di un antico ponte di età romana, si pensò di abbatterne un’arcata, che sarebbe stata ricostruita al termine dei lavori.
Fu però molto probabilmente un’ondata di piena a causare l’inabissamento della parte meridionale del ponte, rendendone impossibile il ripristino.
1933. Nasce l’Ente Ferrarese di Colonizzazione


L’Ente Ferrarese di Colonizzazione, EFC, nacque nel 1933 per volontà del Governo, che ne affidò la direzione al sassarese Mario Ascione, all’epoca uno dei maggiori esponenti del sindacalismo agrario.
Fu lui a volere l’arrivo in Sardegna dei coloni del Polesine, impegnati nella bonifica della Nurra algherese, e successivamente la nascita di Fertilia.
La nuova città avrebbe dovuto diventare la sede di un Comune in grado di ospitare i servizi necessari all’ampio comprensorio agricolo. Il territorio sarebbe stato completamente infrastrutturato con un’importante rete viaria e con la costruzione di case coloniche, da assegnare alle famiglie dei contadini che avevano lavorato alla bonifica.
«Se andrete in Sardegna vi daremo una casa e un podere tutto vostro», fu detto a queste famiglie.
Al loro arrivo, tuttavia, trovarono ben poco di ciò che era stato promesso. Fu necessario molto tempo per ottenere il podere e la casa, per i quali dovettero lavorare duramente.
Dalla città giardino alla Città di Fondazione


Il primo progetto di quello che inizialmente venne chiamato Borgo Calik, realizzato dall’ing. Arturo Miraglia, fu scartato da Mario Ascione perché giudicato troppo costoso.
Il secondo progetto venne affidato al gruppo 2PST, composto da Paolini, Petrucci, Silenzi e Tufaroli, gli stessi progettisti che avevano già realizzato Aprilia e Pomezia nell’Agro Pontino.
Il cemento armato venne sostituito dalla pietra locale, con inserti in trachite e decorazioni degli edifici pubblici realizzate in travertino.
Del progetto iniziale furono mantenuti la pianta generale, gran parte dell’asse viario, la grande piazza affacciata sul mare e l’edificio della scuola elementare.
8 marzo 1936. La nascita di Fertilia


Domenica 8 marzo 1936 venne posata la prima pietra della nuova città, alla presenza del sottosegretario alla Bonifica Integrale Canelli.
Nelle fondamenta della chiesa e della sede del futuro Comune furono murate due pergamene, firmate dallo stesso Canelli e da Mario Ascione, promotore della nascita della città e responsabile della supervisione dei lavori.
I festeggiamenti solenni furono seguiti da una parata di mezzi agricoli e braccianti e dal brillamento di mine utilizzate per il dissodamento dei terreni agricoli.
La nascita della nuova città rappresentava simbolicamente la vittoria del lavoro dell’uomo, che era riuscito a rendere fertile un luogo ostile e infestato dalla malaria.
1938. Nasce l’aeroporto militare

Lo scoppio della guerra civile in Spagna rese necessaria la costruzione di un aeroporto che consentisse il rifornimento degli aerei decollati da Roma e diretti verso la penisola iberica.
Inizialmente venne realizzata un’area sterrata dalla forma ellissoidale e schiacciata, ancora oggi riconoscibile nelle fotografie aeree.
Non esisteva una vera e propria pista: le operazioni di decollo e atterraggio venivano effettuate osservando la direzione indicata dalla manica a vento.
Solo all’inizio della guerra venne realizzata una pista in terra battuta lunga 600 metri.
Dopo la fine del conflitto la pista venne costruita in cemento. Negli anni Ottanta raggiunse una lunghezza di 2.800 metri e nel 1994 venne prolungata fino agli attuali 3.000 metri.
Nello stesso periodo ne venne modificato anche l’orientamento, diventato 02/20, e furono migliorati i raccordi e la pista di rullaggio.
Dalla pista dell’aeroporto di Alghero decollò anche Antoine de Saint-Exupéry, scrittore francese al quale è dedicato un museo nel golfo di Porto Conte.
Giugno 1940. L’ingresso in guerra e la fine dei lavori


L’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, avvenuto il 10 giugno 1940, causò inizialmente il rallentamento e successivamente il blocco dei lavori.
Dall’inizio del 1942 fino al febbraio del 1947 Fertilia rimase deserta.
I pochi edifici esistenti erano ancora inospitali, privi di pavimenti, tramezzi, intonaci e infissi.
Una coltre di silenzio avvolgeva l’intera area, nella quale il pastore Bardino, insieme al suo gregge di pecore, era l’unico a vivere stabilmente.
La nuova città, il cui nome richiamava simbolicamente la fertilità, appariva come un insieme di pietre e costruzioni spettrali.
Le uniche fotografie di quel periodo ritraggono alcuni militari francesi, tra i quali lo scrittore Antoine de Saint-Exupéry, al primo piano della casa parrocchiale.
L’edificio era stato probabilmente già completato e veniva utilizzato dai militari alleati come mensa e luogo di riposo.
1946. Don Francesco giunge a Fertilia in avanscoperta


Don Francesco Dapiran nacque a Rovigno nel 1914 e divenne parroco di Orsera all’età di trent’anni.
Fu costretto ad abbandonare le proprie terre dopo la prigionia nelle carceri jugoslave.
Fu testimone delle fucilazioni degli italiani e assistette madri e mogli durante la riesumazione delle salme dalle foibe, lasciando testimonianze drammatiche di quegli avvenimenti.
Giunse a Fertilia in avanscoperta nel novembre del 1946 e rimase subito affascinato dalle coste carsiche e dal sole che tramontava sul mare a occidente, proprio come nella sua terra natale.
Tornò a Fertilia nella primavera del 1947 e da quel momento iniziò la sua nuova vita.
Il suo obiettivo era ricreare in Sardegna una nuova Pola, chiamando gli esuli ospitati nei numerosi campi profughi sparsi per l’Italia.
Determinato, forte e talvolta spigoloso, Don Francesco fu parroco e guida della comunità per 45 anni, fino al 1992.
Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Rovereto, presso il nipote Giuseppe Silvino.
1947. Gli esuli scelgono Fertilia


I primi esuli giuliano-dalmati giunsero a Fertilia a partire dal 6 febbraio 1947.
Lo racconta il dottor Matteo Guillot, presidente dell’Ente Comunale di Assistenza, che inizialmente li accolse presso l’Ospedale Civile di Alghero, in attesa che venissero completati i locali destinati a ospitarli a Fertilia.
Dopo un lungo viaggio in treno fino a Civitavecchia, queste famiglie attraversarono il Mar Tirreno a bordo dei piroscafi.
Da Olbia ripresero il treno fino a Sassari, dove trovarono ad attenderle una corriera diretta ad Alghero.
Per arrivare a Fertilia era necessario trovare un carro disponibile oppure percorrere un lungo sentiero attraverso un territorio ancora disabitato.
Al termine del viaggio si trovavano davanti una città che doveva apparire loro sperduta, brulla e piena di macerie.
Rimane memorabile la navigazione compiuta da tredici vecchi pescherecci con a bordo 53 famiglie di pescatori istriani.
Partiti da Chioggia, circumnavigarono la penisola italiana e raggiunsero Fertilia nella primavera del 1948, portando con sé i propri strumenti di lavoro.

Un viaggio straordinario, a ritroso nel tempo, che ripercorre la rotta solcata da 13 pescherecci con a bordo 53 famiglie di esuli di Istria, Fiume e Dalmazia che hanno raggiunto Fertilia, in Sardegna, dopo 20 giorni e 20 notti di navigazione lungo le coste della nostra penisola.
Finalmente nasce la città


Dopo i primi anni, particolarmente difficili, Fertilia iniziò a crescere e ad assumere la fisionomia immaginata dai suoi progettisti.
Era una città austera, ma rappresentava un caso unico in Sardegna.
Il grande porticato collegava Piazza San Marco alla chiesa, trasformando quello spazio in una vera e propria agorà.
Anche la comunità aveva caratteristiche particolari: era povera, umile e fragile, ma ricca di valori e umanità.
Nonostante le profonde differenze culturali e di provenienza, gli abitanti si ritrovarono uniti.
In quegli anni difficili, tuttavia, il legame tra l’architettura razionalista e il regime fascista che l’aveva scelta contribuì a trasformare Fertilia in una sorta di non luogo.
Nessuno degli enti pubblici che negli anni successivi possedettero gli edifici di Fertilia si impegnò realmente per mantenerli in buone condizioni.
Con il passare del tempo, molti edifici pubblici si trasformarono inevitabilmente in ruderi decadenti.
Una comunità, una famiglia


Per molti anni la comunità di Fertilia fu una grande e allegra famiglia.
Quasi tutti coloro che abitavano nella piccola città alle porte di Alghero avevano bisogno di ritrovare ciò che la storia aveva sottratto loro.
I propri defunti erano rimasti lontani, nelle terre d’origine.
Fu così per gli esuli dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, ma anche per i contadini ferraresi e veneti e per i rimpatriati arrivati, alcuni anni più tardi, dalle colonie nordafricane, dalla Corsica, dalla Romania e dall’isola di Rodi.
Era una famiglia allegra e felice, perché quasi tutti avevano scelto di dimenticare il passato.
Era l’unico modo per sopravvivere al dolore e alla profonda umiliazione subiti e per consentire ai propri figli di crescere senza il peso di un passato così difficile.
La città cresce con le case UNRRA-CASAS


A partire dai primi anni Cinquanta vennero realizzate le dodici palazzine UNRRA-CASAS, finanziate attraverso i fondi del Piano Marshall.
Le abitazioni furono concesse a riscatto a coloro che accettarono di pagare una somma che, soprattutto nel primo periodo, rappresentava un impegno economico significativo per molte famiglie.
Ogni palazzina era composta da quattro appartamenti, ciascuno dotato di ingresso indipendente e di un piccolo giardino.
Questo intervento edilizio rappresentò una soluzione adeguata alle esigenze abitative delle famiglie, senza modificare profondamente lo spirito della cittadina.
Fu molto diverso dai complessi di edilizia economica e popolare costruiti molti anni più tardi.
1955. Fertilia mostra la propria identità
A metà degli anni Cinquanta, quando Fertilia aveva ormai consolidato la propria struttura urbanistica e sociale, per volontà di Don Francesco vennero realizzati i simboli destinati a testimoniare l’identità culturale della comunità.
Fu avviata la costruzione del campanile in stile veneziano e venne eretta la stele sulla quale campeggia il Leone di San Marco.
Il monumento comunicava a tutti coloro che arrivavano dal mare che, in quel lembo di Sardegna, viveva una comunità le cui radici si riconoscevano nell’eredità culturale della Repubblica di Venezia.
Era un po’ come apporre il proprio cognome sulla porta di casa.
Nella chiesa dedicata a San Marco, oltre al magnifico mosaico dell’artista sassarese Giuseppe Biasi, vennero collocati gli arredi realizzati appositamente dal ceramista Giuseppe Silecchia, autore anche del Leone di San Marco.
Fertilia poteva così mostrare con orgoglio quelli che sarebbero diventati i simboli dell’intera comunità, senza alcuna esclusione.
Negli anni successivi, più che le sole origini adriatiche, questi simboli avrebbero rappresentato una città dell’inclusione, nella quale l’accoglienza era diventata una caratteristica fondamentale.
La città metafisica


Le atmosfere di Fertilia, con i porticati e le linee essenziali degli edifici, richiamano fortemente il legame tra architettura razionalista e pittura metafisica presente anche in altre città di fondazione, come Sabaudia e Tresigallo.
Nei dipinti di Giorgio De Chirico la città non è un luogo reale, ma uno spazio mentale e sospeso, nel quale il tempo sembra fermarsi e gli oggetti comuni assumono un significato enigmatico e misterioso.
Negli anni Cinquanta Fertilia sembrava corrispondere esattamente a questa descrizione.
Appariva come un luogo ideale, completamente separato dal contesto della Sardegna e sospeso in un tempo che, per alcuni, apparteneva al passato.
Rappresentava infatti il ritorno a una vita normale dopo anni di esilio e permanenza nei campi profughi.
Per altri, invece, rappresentava il futuro: l’abbandono della dura vita nelle campagne e l’inizio di un nuovo ciclo.
Per tutti Fertilia diventò una nuova casa, nella quale i concetti di famiglia e comunità assumevano confini sempre più sfumati.
Il videogioco “Fertilia Files”, nato per far conoscere ai più giovani la storia di Fertilia attraverso il gioco, ha ripreso proprio questi elementi architettonici, che contribuiscono a rendere Fertilia una città ideale.
Donne moderne

L’emancipazione delle donne di Fertilia, ferraresi, venete o giuliane, provocò un vero e proprio scandalo nei primi anni successivi al loro arrivo in Sardegna.
La cultura isolana dell’epoca vedeva nella donna una figura austera, quasi sempre vestita con gonne lunghe, spesso con il velo e dedita soprattutto al lavoro domestico e alla cura della famiglia.
Vedere le ragazze di Fertilia andare in bicicletta, talvolta con gonne che lasciavano intravedere le gambe, era considerato semplicemente inaccettabile.
Le donne provenienti dal Nord-Est fumavano sigarette, frequentavano le osterie insieme agli uomini, ballavano e cantavano durante le numerose occasioni di festa.
Erano inoltre abituate ad andare al mare in costume, in un periodo in cui molte donne sarde facevano ancora il bagno indossando lunghe gonne.
Fu una vera rivoluzione culturale, che richiese molti anni per essere compresa e accettata.
Questa emancipazione non impedì loro di diventare mogli affettuose e madri premurose, capaci di trasmettere ai propri figli il valore della famiglia e di mantenere vive le tradizioni, anche attraverso la cucina tipica imparata dalle proprie madri.
Madri premurose e lavoratrici
Nei periodi più difficili furono proprio le donne ad assumere il ruolo più importante.
Mantennero unite le famiglie, educarono i figli senza trasmettere loro il peso delle tragedie vissute, si presero cura della casa e lavorarono duramente per affrontare le necessità economiche di famiglie che avevano perso tutto.
Fertilia venne inaugurata proprio nel giorno della Festa della Donna, simbolo di fertilità.
Sembrava quasi una celebrazione anticipata del ruolo delle vere protagoniste della rinascita della città.
Una rinascita che coincise con l’incontro e la mescolanza di tradizioni, canti, cibi e culture che, spesso grazie alle donne, vennero tramandati alle nuove generazioni.
Una gioventù multiculturale

Per molte generazioni la giovinezza a Fertilia fu felice e spensierata.
Senza divisioni e sotto lo sguardo attento di una comunità nella quale tutti svolgevano in qualche modo il ruolo di genitori, nacque un ambiente sano, fondato sui valori di comunità diverse e sull’integrazione tra generazioni.
Crescere a Fertilia significava costruire rapporti umani destinati a durare per tutta la vita.
I giovani erano pionieri all’interno di un territorio vasto e incontaminato.
Impararono a conoscerlo, a proteggerlo e a lasciarsi plasmare da esso, diventando parte di un ecosistema nel quale l’uomo e la natura rappresentavano due aspetti della stessa realtà.
Fu una giovinezza vissuta all’ombra di grandi querce, rappresentate dalle donne e dagli uomini che, loro malgrado, avevano dovuto vivere una vita da eroi.
Attraverso il proprio esempio, furono capaci di trasmettere alle nuove generazioni la loro esperienza e i loro valori.
Lo sport per unire la comunità
Lo sport, e in particolare la squadra di calcio, rappresentò la bandiera di una comunità multiculturale.
Nella stessa squadra giocavano tutti: algheresi, sardi, figli di esuli, ferraresi, veneti, rimpatriati dalle diverse colonie e numerosi militari dell’Aeronautica.
La squadra si distinse sempre per la propria lealtà sportiva e per l’armonia coinvolgente che l’aveva trasformata in una famiglia all’interno della grande famiglia di Fertilia.
Lo sport consentì a molti giovani di crescere in modo sano e di imparare a vivere insieme.
Ognuno svolgeva il proprio ruolo, mettendo a disposizione tempo e impegno a favore della collettività.
La comunità rappresentava infatti il valore più importante da tutelare e coltivare con cura.





