Nella foto: Monumento del 2011 alle vittime di Vergarolla posto accanto alla Cattedrale di San Giusto a Trieste. Di Pedrassani – Opera propria, CC BY-SA 3.0 – Originale
Oggi, 18 agosto, ricorrono gli 80 anni dalla strage di Vergarolla, una delle più grandi tragedie in tempo di pace della storia italiana, che ancora oggi attende piena giustizia e una narrazione corale che ne onori le vittime. Quel maledetto giorno del 1946, sulla spiaggia di Pola affollata per le gare natatorie, c’era anche Giuseppina Glavich. L’immane onda d’urto dell’esplosione la scaraventò violentemente in acqua. Pina non sapeva nuotare, ma raccontava sempre che un “angelo” la riportò sul molo, salvandola, mentre intorno a lei il mare si era tinto di un rosso sangue innaturale. È in questo scenario apocalittico che si staglia anche l’eroismo del dottor Geppino Micheletti, un altro angelo che operò ininterrottamente per salvare vite preziose, nonostante avesse appena perso i suoi stessi figli nella carneficina.
Nei mesi successivi iniziò il grande esodo che, nel 1947, svuotò rapidamente la città di Pola, all’epoca un’enclave protetta dall’amministrazione alleata ma circondata dalle truppe jugoslave. Eppure, Pina e suo marito Severino Cerne decisero inizialmente di non scappare, resistendo a quell’ennesimo segno di pulizia etnica. La loro scelta fu dettata da una speranza pragmatica e fatalista, tipica di chi era abituato ai continui stravolgimenti storici del confine orientale: “Pensavamo che dopo gli austro-ungarici, i tedeschi e gli alleati sarebbero passati anche questi”, raccontava Pina.
Purtroppo, le cose andarono diversamente. La morsa del regime si rivelò spietata, inaugurando un’era di profonda oppressione e sradicamento culturale. Quando nel 1950 nacque la loro prima figlia, si trovarono costretti ad iscriverla all’anagrafe con il nome di Nirvana. Per preservare la propria identità e la propria fede, la bambina fu battezzata in gran segreto, nel cuore della notte, con il nome di Maria; in quegli anni, a Pola, esibire un nome cristiano o italiano era sufficiente per diventare una probabile vittima del regime.
Questa intollerabile coercizione spinse infine Pina e Severino a prendere la dolorosa via dell’esilio nel 1950, stringendo tra le braccia la piccola Maria di neanche un anno. Come molti altri esuli, la famiglia dovette affrontare la dura e precaria realtà dei Centri di Raccolta Profughi, vivendo i disagi del campo profughi di Gaeta, allestito all’epoca all’interno di una vecchia caserma fatiscente e rovinata.
La fine di questo lungo calvario si concretizzò con l’arrivo a Fertilia. Per la comunità giuliano-dalmata, la cittadina sarda rappresentò l’agognato ritorno alla vita: un luogo che non era circondato da reticolati e non aveva poliziotti di guardia, dove l’equazione era semplice e immediata, poiché la Sardegna significava finalmente libertà assoluta. Qui Pina e Severino trovarono la forza di ricominciare da zero, aprendo il loro storico forno del pane. Giuseppina Glavich divenne per tutta la nostra comunità l’indimenticabile “Pina del forno”, un simbolo luminoso di dedizione, memoria e laboriosità.
Oggi preghiamo per tutte le vittime di Vergarolla e ricordiamo con orgoglio la tenacia di chi, come Pina e Severino, ha saputo sopravvivere alla storia, trasformando un dolore inimmaginabile nel pane quotidiano e nel futuro della nostra amata Fertilia.
Giancarlo Rosa, nipote di Pina e Severino, figlio di Nirvana e Paolo.